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Us Open 2017, Q: vincono cinque italiani. Oggi altri sette

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A CASA DI PAOLO LORENZI - A 35 anni ha vinto il suo primo titolo ATP e chiuso la stagione tra i top 40 del mondo, primo azzurro della classifica mondiale. Esempio di umiltà, lavoro, dedizione e sacrificio, è convinto di poter ancora migliorare: «Se firmerei per restare dove sono? Adesso dico no. E non ho intenzione di smettere presto».
Numero uno
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Marco Caldara
2 gennaio 2017

(*) SIENA - «Eccomi!». Paolo Lorenzi spunta da un angolo di Piazza del Campo, al guinzaglio la cagnolina Emily e intorno la solita pattuglia di turisti che affolla la sua splendida Siena, tutti armati di selfie-stick. È un tranquillo mercoledì di novembre, con il freddo che inizia a farsi sentire e sette tornei di fila nelle gambe, ma basta la parola off-season a mettere il sorriso. Il suo è lo stesso di quando ha battuto Gilles Simon allo US Open, coi crampi ovunque, dopo cinque set e cinque ore, regalandosi l’Arthur Ashe Stadium con Murray e il best ranking: numero 35, come gli anni che festeggerà lunedì 15 dicembre. Quelli aumentano, la classifica ATP diminuisce, come se la ricetta per migliorare fosse la stessa di un buon vino: invecchiare. In realtà, dietro a un crescita sportiva che lascia stupiti, c’è una storia di enorme perseveranza. La racconta compiaciuta mamma Marina, nel salotto di un elegante appartamento nel centro storico, dove vive col marito Marco. Bastano pochi minuti per capire da dove arrivano le qualità umane del figlio, che nella vita contano più di un buon dritto. «Sorpresi di questo exploit? Per niente. Ma sarebbe lo stesso se fosse fuori dai primi 100. Però se lo meritava prima, le premesse c’erano. È stato bravo a non mollare e crederci sempre».
Dopotutto, se il figlio è diventato un tennista, il merito è anche suo e del tempo trascorso al Circolo Tennis Siena. Se lo ricordano tutti: biondo, piccolissimo, passava le giornate a cercare qualcuno che giocasse cinque minuti, fra un’ora e l’altra. «E ogni volta che accompagnavamo ai tornei suo fratello Bruno (di tre anni più grande, n.d.r.), appena mettevamo piede nel circolo Paolo cercava un muro per giocare. Lo stesso faceva sotto casa: diceva di essere Becker. Colpiva palle da mattina a sera, i vicini lo odiavano».
Poi sono iniziati i corsi, il completo di Agassi chiesto per la comunione e i primi tornei contro gli enneci, «per imparare a usare la testa» come recitava il primo maestro, Romeo Tanganelli. «Bei tempi» ricorda la mamma, che oggi si dedica alle faccende di casa e viaggia solo in qualche torneo: Roma, Parigi, Wimbledon, nel benessere del player’s box. Ma il pane duro degli inizi, fra Satelliti, Futures e montepremi da fame, l’ha mangiato pure lei: accompagnatrice, coach, psicologa, perfino fisioterapista quando serviva. Come nel 1999, in Bulgaria: «Partimmo per una settimana, ci siamo rimasti 27 giorni. Però ne è valsa la pena: è lì che Paolo ha conquistato i primi punti ATP». Lui la osserva in silenzio e se la ride.

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Squilla il telefono, è Filippo Volandri. «Parlo col nuovo direttore di Tirrenia?» scherza Paolo, alludendo ai nuovi incarichi del livornese al Centro Tecnico Federale. Domenica c’è la Serie A1 a Forte dei Marmi e un allenamento da organizzare. Il primo da quando Pablo Cuevas l’ha spedito a casa da Parigi Bercy, mettendo fine al 2016 dei record: primo titolo ATP, primo terzo turno in uno Slam, numero uno d’Italia, numero 40 al mondo a fine stagione. «Siamo felicissimi per la sua realizzazione professionale» dice papà Marco, 70 anni, medico chirurgo in pensione e professore all’Università di Siena. Culla ancora il sogno che pure Paolo, come Bruno che oggi lavora in Inghilterra, segua la sua strada, e come regalo di Natale gli paga ancora le tasse della Facoltà di medicina. Ma di esami Paolo ne ha dati solo una manciata e sull’Anatomia del Gray non ci torna da una decina d’anni.
Però guai a pensare che Lorenzi senior non l’abbia mandata giù. Anzi. Ha sempre appoggiato pienamente anche il Paolo giocatore, sia quando ai campionati italiani under 14 perdeva 6-0 6-0 da Diego De Vecchis (uno che il professionismo l’ha assaggiato appena e oggi fa il maestro), sia quando è diventato il migliore d’Italia. Il tutto senza mettergli un briciolo di pressione. «Mai. Ci siamo messi a disposizione di un figlio, appoggiando un suo desiderio e coltivando questa passione insieme a lui». Quando sente parlare di investimento si mette sull’attenti. «Non c’è mai stato nemmeno il pensiero di creargli un lavoro, dai figli non si deve pretendere un ritorno. Anche se non avesse sfondato, non sarebbe stato un cattivo investimento semplicemente perché non l’abbiamo mai vissuto in questo senso. E poi è comunque servito a far crescere Paolo come persona: lo sport è una scuola di vita».
Paolo annuisce, mentre sbircia sull’iPhone il risultato di Davide Galoppini, nipote del coach Claudio, impegnato in un Futures in Marocco. «E stasera in Grecia c’è il doppio del Becu», al secolo Enrico Becuzzi, uno dei suoi migliori amici, che a 43 anni gira il mondo ogni settimana sognando un punto ATP. Suona il campanello, arriva Elisa, avvocato in uno studio della città e promessa sposa, sabato 17 dicembre, dopo sei anni di fidanzamento. «All’inizio – racconta – non ne volevo sapere di mettermi con lui. Avevo un’idea un po’ superficiale: gira il mondo, non è mai a casa... Invece è stato molto bravo nel corteggiamento». Ma come è essere fidanzata con una persona che a casa non c’è mai? «Non è facile, ma Paolo mi dà molto anche quando è lontano. Un minuto dopo la fine di ogni incontro mi telefona, che sia giorno o notte. Mi chiede cosa ne penso, mi coinvolge. Abbiamo fatto tanti sacrifici: a volte io, altre lui, ma non abbiamo mai avuto grossi problemi a gestire la lontananza. È sempre riuscito a farmi sentire importante». 

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È l’ora di spostarsi nella sala accanto, il pranzo è pronto e il vino è già in tavola. È un buon rosso dell’azienda della famiglia di Pietro Griccioli, il miglior amico di Paolo, di professione maestro di tennis e portafortuna nell’indimenticabile settimana sulle Alpi di Kitzbuhel, patria dello sci alpino. La sua Streif, Paolino l’ha percorsa sulla terra battuta, abbracciando la soddisfazione più grande in quindici anni abbondanti passati a girovagare da un continente all’altro. Negli ultimi mesi, fra America, Europa, Asia e di nuovo Europa è sceso sotto il suo peso ideale, quindi può godersi la buona cucina per recuperare qualche chilo, compreso un fine pasto col pan co’ santi, accompagnato da un Passito di Pantelleria.
Qualche strappo alla regola nell’off-season è perdonato, prima di gettarsi a capofitto nella preparazione invernale, che vuol dire almeno quattro settimane nella sua stanzetta nella foresteria del centro tecnico di Tirrenia, da solo, lontano da tutto. Per sconfiggere noia e solitudine basta un tablet, ma per leggere più libri possibile, mica per spippolare sui social, per dirla alla toscana. E poco importa se gli incassi del 2016 superano i 700.000 dollari lordi, di spostarsi in un appartamento più accogliente non se ne parla. «Non ne vedo il motivo, è perfetta per il genere di vita che faccio nel corso della preparazione». E poi ci si chiede come mai a 35 anni abbia il fisico e la voglia di un ragazzino.
Il nuovo numero uno azzurro è così: abitudinario, legato agli affetti di una vita. Stessa routine, stessi ristoranti, stessi amici di quando era piccolo, persino stessi luoghi di vacanza: al mare di Orbetello o in una spa di Ortisei, in Val Gardena. E guai ad allontanarsi troppo da casa: ci passa una ventina di notti all’anno e vuole godersele fino in fondo, in un ambiente dove tutto è a portata di mano. Da casa di mamma e papà alla sua bastano cinque minuti a piedi, per le vie del centro. E lì intorno c’è tutto: la casa dei genitori della futura moglie, la chiesa per la cerimonia nuziale, il ristorante per l’aperitivo, la sala per il ricevimento. E pure la casa d’accoglienza gestita da Suor Ginetta, che dà ospitalità e pasti ai meno fortunati. A Siena è un’istituzione: ha preso i voti molto tardi, prima giocava a tennis e oggi è una grande tifosa di Paolo. Capita che arrivino i suoi complimenti anche di notte, dopo una vittoria dall’altra parte del mondo, e i Lorenzi ricambiano con scarpe e abbigliamento da offrire a chi ne ha bisogno.
Un ragazzo sulla porta di una pizzeria l’ha riconosciuto e lo fissa, indeciso se chiedere o meno una foto, poi rinuncia. «A Siena è difficile che mi fermino per strada, anche perché è una città piccola, la gente si conosce. Mentre negli aeroporti capita più spesso. E mi fa piacere». L’umiltà è rimasta la stessa di quando nel 2009, per mettere qualche match nelle gambe fra Australian Open e Dubai, è andato a giocare due Futures in Costa d’Avorio. La si percepisce anche nel suo appartamento, semplice ma ben curato. All’inizio lo affittava alle studentesse, ma da un paio d’anni la targhetta sulla porta recita casa Lorenzi. Sulla scala interna, il trofeo di Kitzbuhel, l’unico che merita una collocazione diversa rispetto alla stanza dei trofei e delle disgrazie, come la chiama Elisa, perché il futuro marito ci deposita qualsiasi cosa. È già spaventata all’idea dell’arrivo di un carico di merce Australian (sponsor tecnico da quando aveva 16 anni, a proposito di abitudini) per la stagione 2017, ma ormai ci ha fatto il callo.
Su una parete c’è un quadro con la bandiera dell’Italia e stampata sopra una sua caricatura: un regalo di Jambo Melis, l’incordatore della nazionale di Davis. Quella che lui a 27 anni guardava solo in tv, chiedendosi se l’avrebbe mai giocata. Oggi invece è una certezza. Poco distante, appeso a una finestra, un cartoncino azzurro con al centro un cuore. Sopra c’è una scritta: Follow Your Dreams. Insegui i tuoi sogni. Pochi l’hanno fatto meglio di lui.

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Paolo Lorenzi, n.1 d’Italia: merito tuo o colpa degli altri?
Più merito mio. Fognini e Seppi hanno giocato peggio rispetto agli anni recenti, ma io ho avuto una stagione incredibile. Tanti non pensavano potessi ripetere il 2015, chiuso da numero 62, invece ho fatto ancora meglio. Non mi sento il più forte ma sono stato il più continuo. Nel tennis è importantissimo.
 
Se a gennaio 2009 ti avessero raccontato il tuo futuro, avresti creduto di arrivare fin qui?
Probabilmente no, ma nella mia vita ho sempre pensato in grande. Quando rimasi fuori dai Giochi Olimpici di Londra dissi che il mio obiettivo diventava Rio. Mi presero per pazzo.
 
Firmeresti per chiudere da numero 40 anche il 2017?
Domanda trabocchetto. Mmh... al momento dico di no.
 
Qual è stato il momento della svolta?
Quando nel 2008 ho iniziato ad allenarmi con Claudio Galoppini e il preparatore atletico Stefano Giovannini: gran parte del merito va diviso con loro. Claudio non aveva mai allenato professionisti uomini, Stefano arrivava dall’atletica e il tennis di alto livello non lo conosceva. Si sono buttati in questa avventura con me, che ero fuori dai primi 200. Ci hanno messo passione e soprattutto non ci siamo posti alcun limite.
 
Coach Galoppini non può accompagnarti spesso nei tornei, ma non sembra sia un problema.
Abbiamo un rapporto maturo. Quest’anno ho iniziato la stagione a Doha in gennaio e il primo torneo con Claudio è stato Monte Carlo ad aprile. Non sono più un ragazzino che ha bisogno di avere l’allenatore con sé ogni settimana. Ma ogni match lo prepariamo insieme e alla fine ci confrontiamo.
 
Come mai sei arrivato al top a 35 anni e non a 25?
Magari se fossi arrivato prima a Livorno... Ma non è scontato: ho cominciato a lavorare con Claudio nel mio momento peggiore, il mio tennis non mi piaceva e tecnicamente mi sentivo molto indietro. Avevo anche iniziato a farmi qualche domanda, ma senza mai pensare di smettere. Arrivare da lui in quella fase è stata una fortuna perché mi ci sono affidato a mente aperta. Avrei preferito arrivare a 20 anni, ma non ho rimpianti. Ho visto passare tanta gente che non ci è riuscita.
 
Dopo i 30 anni ce la fanno in pochi: come ci sei riuscito?
Me lo chiedo spesso, perché ancora adesso mi sembra che gran parte dei miei avversari giochino molto meglio di me. Forse perché mi piace così tanto ciò che faccio da essere disposto a compiere grandi sacrifici, a non tornare a casa per settimane, ad allenarmi d’inverno alle 7 di sera, rimanere a correre un po’ a fine allenamento quando gli altri se ne sono già andati. Se programmo un allenamento alle 9, tre quarti d’ora prima sono già in campo per il riscaldamento. Credo sia questo che mi ha portato a raggiungere risultati impossibili per tanti altri.
 
È l’unico segreto?
Il segreto è quello di lavorare su tutto. Molti pensano che la mia qualità migliore sia la testa, ma va allenata anche quella. Ogni giorno faccio degli esercizi e sono sempre in contatto con uno psicologo dello sport, Roberto Cadonati. E poi c’è il fisico, il tennis. La chiave è cercare sempre di migliorarsi.
 
Rispetto a dieci anni fa il tuo gioco è cambiato in maniera evidente.
E cambierà ancora, non mi sento affatto arrivato. Parlavo di recente con Claudio dei problemi che ho rispetto ai giocatori più forti. Lui mi ha detto: «Guarda che ci sei anche tu tra questi!». Eppure quando vedo gli altri mi sembra giochino meglio di me. Li osservo e cerco di trascinare alcuni particolari nel mio gioco, che ha ancora molti difetti. Guardo sempre dove si può fare ancora meglio.
 
Per esempio?
I miei due principali problemi sono il servizio, che è migliorato molto ma ancora non è al livello dei top player, e il fatto di giocare troppo distante dalla riga di fondo. Non ho un colpo che fa male, che mi permette di risolvere facilmente una situazione complicata. Spero lo possa diventare il servizio, e ci sto lavorando tanto. In più, proprio per questo motivo, devo cercare di andare il più possibile a rete. Quindi devo avvicinarmi al campo ancora un po’.
 
A sentirti parlare sembra che sei l’ultimo della classe…
Mi capita di chiedermi come sia possibile che alcuni giocatori mi stiano dietro in classifica, quindi per rimanergli davanti cerco di migliorarmi. Studio tanto i miei avversari: li guardo dal vivo, cerco i loro match su YouTube, li analizzo pezzo per pezzo. Da fuori mi sembrano tutti fortissimi ma quando inizio a giocarci contro mi accorgo dei punti deboli.

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Come si arriva a 35 anni con il fisico di un ventenne?
Curando i dettagli. Cerco di non fare mai tardi, di mangiare in un certo modo, di fare sempre il giusto riscaldamento e il giusto defaticamento. Servono sacrifici, da parte mia e di chi mi sta intorno. Come gli amici: quando vengono a un torneo magari li obbligo a cenare molto tardi e comunque mai prima di massaggio e stretching.
 
Si è spesso discusso della tua programmazione che pareva poco ambiziosa: alla fine hai avuto ragione tu.
Su alcuni aspetti sono arrivato dopo rispetto al mio coach. Ho sempre cercato di giocare in altura, dove il mio tennis si adatta meglio e non a caso ho vinto a Kitzbuhel. Claudio invece da un paio d’anni mi fa notare che sono cresciuto anche sulle superfici veloci. Io ero un po’ timoroso ma il campo ha dato ragione a lui: i migliori risultati negli Slam sono arrivati sul cemento. Per fortuna certe cose le vede meglio di me.
 
C’è un argomento che divide spesso gli appassionati: il talento. Si sente dire che certi giocatori hanno talento, e Lorenzi invece lavora tanto e basta. Ma lavorare sempre al 100% non è un talento?
Se per talento si intendono le qualità stilistiche, sono d’accordo che altri giocatori siano più belli da vedere. Sento dire che Djokovic ha meno talento di Federer, ma uno che vince quattro Slam di fila come fa a non averne tanto? Il talento è un insieme di caratteristiche e, a quel punto, credo di averne.
 
Eppure, durante il match con Murray, John McEnroe e Brad Gilbert ti hanno preso in giro.
Ma lo capisco. I commentatori devono fare un po’ di show. E poi McEnroe è sempre McEnroe, ci sta che spari qualche frase sopra le righe. Gilbert? Diciamo che da vedere non era uno spettacolo nemmeno lui.
 
È difficile scrivere di Lorenzi senza usare la parola esempio. Ma Lorenzi si sente un esempio?
Spero di esserlo, almeno a Tirrenia quando mi alleno con i ragazzi più giovani. Magari al mattino arrivo prima di loro, e quando ci alleniamo lavoro sempre al massimo con tutti. Mi piacerebbe trasmettergli questi concetti. E infatti mi accorgo che quando si allenano con me tengono un livello più alto rispetto a quando giocano fra di loro. Nella mia carriera ne ho visti tanti che non sono riusciti a esprimere tutto il loro potenziale. Però calma, ho mille difetti anche io.
 
Appunto.
(interviene la fidanzata Elisa) Nella gestione della casa, nelle classiche attività giornaliere extra tennis. Facendo questa vita non è mai stato abituato a vivere il quotidiano. Ha un po’ di vuoti, non si rende conto di tutto ciò che c’è dietro.
 
E dentro al campo da tennis?
Soprattutto nel gioco ci sono tante cose che possono e devono migliorare. Poi se uno si aspetta che spacchi due o tre racchette rimarrà deluso, ci sto molto attento. Ma non credo che tutti i miei comportamenti in campo siano da prendere come esempio.
 
Paolo Lorenzi che esempi ha?
Leggo moltissimo, anche due libri a settimana e cerco di prendere esempio da ciò che leggo. Mi alterno fra vari generi: dai thriller alle storie d’amore, i classici, libri di politica, un po’ di tutto. Ma il mio preferito resta Il Conte di Montecristo. Una volta prima di partire per un torneo mi portavo sempre 5 o 6 libri, ora con la tecnologia è tutto più facile. Anche se a scegliere un libro posso metterci un’ora. Mi piace prendere spunto dai personaggi importanti della storia, attingendo qualcosa da chiunque. E poi credo che nella vita normale ci siano molti più esempi che nel tennis. Guarda i miei genitori: stanno insieme da 50 anni.
 
Una persona con cui ti piacerebbe scambiare quattro chiacchiere?
Josè Mourinho, un personaggio intrigante. Vorrei capire come riesce a gestire il gruppo. Nel tennis il rapporto è giocatore-coach, mentre negli sport di squadra cambia completamente. Nel 2015, alla cena di fine anno dalla FIT, ero vicino ad Alessandro Campagna, tecnico della nazionale di pallanuoto: l’ho tempestato di domande! Gestire un gruppo è molto più complicato, un tema che mi affascina. Se in futuro decidessi di fare l’allenatore, mi piacerebbe andare a conoscere persone che l’hanno fatto in altri sport. E confrontarmi con loro.
 
Più la classifica sale e più la gente parla di te. Qualcosa che ti ha dato fastidio?
L’aver sottolineato eccessivamente il discorso del Lorenzi operaio. Capisco che esteticamente non sono come tanti altri, ma sembra che io mi alleni mentre tutti stanno in vacanza alle Maldive. Non credo che, allenandosi ogni giorno al massimo, chiunque possa arrivare fra i primi 50 del mondo.
 
Si dice che il tennis insegni a vivere: sei d’accordo?
Al 100%. Anche se non fossi arrivato così in alto avrei comunque sviluppato una visione del mondo di un certo tipo. Ho conosciuto tante persone, tante lingue, tante culture. Il tennis offre tantissimi insegnamenti, anche perché devi riuscire a riprenderti quando le cose vanno male. Poi la vita quotidiana sarà molto diversa, ma non mi spaventa.

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A proposito di sconfitte: nel tennis si perde quasi ogni settimana. Quanto è importante avere un buon rapporto con la sconfitta?
Il mio è molto positivo: vorrei che dopo la mia eliminazione l’ATP non desse più punti a nessuno (ride). Però sono migliorato: una volta mi serviva una giornata intera per smaltire la delusione, ora bastano un paio d’ore. Ma ho sempre vissuto la sconfitta come un passaggio, qualcosa che deve accadere per forza. Riesco a non farmi influenzare troppo quando le cose vanno male, così come non mi monto la testa quando vanno bene. Le poche sconfitte che non mando giù sono quelle in cui non ho dato il massimo. Ma col tempo sono sempre meno, succederà un paio di volte all’anno.
 
Dopo una sconfitta capita di non sentirsi all’altezza?
Ho imparato a darmi degli obiettivi realizzabili. È chiaro che se punto alle ATP Finals finisco per non sentirmi
all’altezza. Ma in quel caso ci sarebbe un errore di fondo. Se uno si pone degli obiettivi raggiungibili può centrarli o meno, ma è difficile che non si senta all’altezza.
 
Il tennis è uno sport antipatico. Toglie tanto a tutti, ma restituisce solo a qualcuno.
A me ha dato molto. Ho avuto l’opportunità di viaggiare parecchio e ho un conto in banca superiore alla media dei ragazzi di 35 anni. Però mi ha tolto la giovinezza, è come se non avessi vissuto una parte della mia vita. A scuola non ho mai fatto una gita perché approfittavo di quei giorni per allenarmi, sono uscito molto meno la sera, non ho potuto fare l’università. Per l’addio al celibato ho chiesto solamente una cosa: quattro giorni di vacanza con i miei migliori amici. È stata la prima volta in vita mia. A 34 anni.
 
Ora che hai mostrato quanto vali, capita di percepire maggiore rispetto dai colleghi?
Certo. Prima magari mi vedevano solo come uno sparring per gli allenamenti, mentre ora come un avversario da conoscere, con cui potersi allenare anche per capire come gioca.
 
Vero che una volta la Jankovic ti ha negato un passaggio?
Verissimo, è successo qualche anno fa allo Us Open. Dovevo giocare le qualificazioni e non avevo a disposizione la trasportation del torneo, quindi stavo attendendo un bus. Che non arrivava. Lei era da sola in auto e insieme a una persona dello staff le abbiamo chiesto se potessi prendere la macchina con lei per arrivare in tempo per il mio match. Ha detto di no. Credo che un giocatore non lo farebbe mai.
 
Nell’era dei social, fra i primi 40 del mondo ci sono solo due giocatori senza un profilo ufficiale: Gilles Muller e Paolo Lorenzi. Pensi di non aver nulla da raccontare?
Tasto dolente. Sia gli sponsor sia alcuni amici me lo suggeriscono spesso, ma sono legatissimo alla mia privacy. Mi dà fastidio che la gente sappia dove sono. Poi se qualcuno mi riconosce, non mi sono mai negato per una foto o un autografo. Ma è quasi impossibile che io posti una foto di mia spontanea volontà, non fa parte del mio modo di vedere le cose. Un momento è bello viverlo, se lo passo a scattare una foto me lo perdo. Se ho un po’ di libertà preferisco leggere un libro piuttosto che girovagare su Instagram.
 
Però la foto col trofeo di Kitzbuhel l’hai postata.
È il ricordo del 2016 che mi porterò dentro per sempre. Alzare quel trofeo è stato un sogno che si avverava. Lo sognavo fin da bambino.
 
Come la Coppa Davis.
Iniziare a far parte della nazionale è stata una delle cose più importanti. Io non sono mai stato il migliore in nessuna categoria di età e ora mi ritrovo fra quelli che rappresentano l’Italia nel mondo.
 
Nel 2016 hai raccolto oltre 700.000 dollari di montepremi, lordi. Ma quanti se ne spendono in una stagione?
Fra viaggi, hotel, allenatore e tutto il resto, circa 150.000.
 
Ne restano un bel po’: ti sei tolto qualche sfizio?
Mi regalo il matrimonio (ride). Per ora ancora nulla, in futuro magari una bella macchina. Ma adesso sarebbe come buttare via i soldi: sto in Italia troppo poco per potermela godere.
 
C’è anche un matrimonio in arrivo.
Ho fatto una sorta di contratto con Elisa: fino alla fine della mia stagione non ho dovuto fare nulla, mi ha permesso di giocare a mente libera. Ora ovviamente siamo in super ritardo, ma niente ansia. Andrà bene, sarà una festa.
 
E mamma e papà che ne pensano?
Felicissimi, come per i risultati in campo. Credo di aver ripagato il loro sostegno: sono due grandi appassionati di tennis, e io li ho portati sul Campo 1 di Wimbledon contro Federer e sul Centrale del Foro Italico. Per ora.
 
Quindi la carriera di Paolo Lorenzi è ancora lunga?
Il problema, andando avanti con l’età, è che recuperare diventa sempre più difficile, come evitare gli infortuni. Ma non penso affatto di chiudere domani la mia carriera. E sarebbe lo stesso se oggi fossi 150 al mondo. Sognavo di smettere con Roma 2024, ma non ci sarà nessun Roma 2024. Quindi intanto diciamo Tokyo 2020, poi ne riparleremo. È vero, ho 35 anni, ma visto come mi sento non è affatto un problema. Vorrà dire che smetterò a 39. Che vuoi che sia.

(*) L'intervista è uscita sul numero di dicembre 2016 de "Il Tennis Italiano"

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20 SCAMBI CON PAOLO LORENZI
Prima macchina? Ford Ka. Attuale? Jeep Renegade. A cena con? Josè Mourinho. Una cosa che non sappiamo di te? In un torneo non cambio mai doccia. Mai senza? Un libro. Un portafortuna? Ho sempre nel fodero qualche pelo di Emily, la mia cagnolina. Destra o sinistra? Sempre per prima la scarpa destra. Squadra del cuore? Fiorentina. Meglio Lorenzi top-20 o la Fiorentina che vince la Champions? Lorenzi nei top-20. Torneo preferito? Roma. La più grande emozione della tua carriera? Il titolo a Kitzbuhel. La tua più grande passione? Il tennis. Un cantante? Tiziano Ferro. Vacanza ideale? Orbetello, al mare. Piatto preferito? La pizza di mamma. Paolo Lorenzi in 3 parole: permaloso, determinato e solare. Quanti sms ricevi dopo una bella vittoria? Più di un centinaio. L’ultima volta che hai perso un aereo? Mai successo. L'ultima volta che hai pagato per giocare a tennis? Lo scorso anno Ortisei, in vacanza. Il complimento più bello dell'anno? La telefonata di Malagò dopo il match con Murray.

VIDEO: IL TRIONFO SULLE ALPI DI KITZBUHEL
LA SCHEDA ATP DEL NUMERO UNO AZZURRO