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Paire, il figliol prodigo si è preso la Davis

Benoit Paire farà il suo esordio in nazionale a 29 anni, dopo aver passato quasi tutta la carriera lontano dall'orbita della FFT. Non hanno mai accettato i suoi scatti d'ira, e lui ha sempre fatto spallucce, beccandosi addirittura un'espulsione da Rio 2016. Ma sognava di giocare almeno una volta in Davis, e per Noah si è meritato il posto in singolare. "A volte impazzisco ancora – ammette –, però sto migliorando".
Paire, il figliol prodigo si è preso la Davis
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Marco Caldara
13 September 2018

Per domani l’accordo è di non rompere più di tre racchette a set”. Bastano queste parole, pronunciate fra le risate generali da Yannick Noah durante il sorteggio di Francia-Spagna, per capire con che spirito il capitano ha accolto per la prima volta Benoit Paire in nazionale. Una scelta che fa rumore, perché i rapporti fra il giocatore e la FFT erano tesi da anni, ed è proprio grazie all’intercessione dell’ex campione del Roland Garros, leader perfetto, grande comunicatore e uomo molto carismatico, che la Federazione ha deciso di chiudere un occhio sul passato. Hanno dimenticato gli screzi e ricostruito i rapporti, a tal punto che un giocatore sempre rimasto lontano dall’orbita federale sarà titolare nella semifinale dell’ultima edizione della Davis Cup tradizionale. È vero che in Italia abbiamo visto tornare in nazionale una giocatrice il cui rapporto col padre-coach è stato definito “da telefono azzurro” dal presidente federale, ma la spaccatura fra Paire e la FFT, per quanto meno rumorosa, era altrettanto grande. Anche perché un vero rapporto non c’era sin dai tempi dei tornei under, quando il suo caratterino non andava giù ai responsabili del settore tecnico, che decisero di allontanarlo. Ne aveva parlato con noi qualche anno fa, in una divertente intervista per il vecchio TennisBest. “Ho combinato qualche cavolata, spaccavo un sacco di racchette e a loro non stava bene, così mi hanno allontanato. Quindi io mi sono sempre mosso fuori dall’ambito federale, e loro hanno puntato su altri giocatori. Ma mi sta bene così, io gioco solo per me stesso”. Da quei tempi ne è passata di acqua sotto i punti, Paire è diventato un ottimo giocatore ed è arrivato anche fra i primi 20 del mondo, ma, vuoi perché ha sempre avuto più di un connazionale davanti nel ranking ATP, vuoi perché ne ha combinate altre, la nazionale non l’aveva mai vista nemmeno col binocolo.

Paire, il figliol prodigo si è preso la Davis

LA “CACCIATA” DA RIO 2016
Oltre ai famosi screzi giovanili, Paire si è attirato parecchie antipatie durante il Masters 1000 di Parigi Bercy, litigando ripetutamente col pubblico. Nel2012 disse che non capivano nulla di tennis di un certo livello, l’anno dopo gli diede persino degli imbecilli, mentre nel 2015 disse che facevano meglio a restare a casa, perché sembrava aspettassero solo un passo falso dei giocatori francesi per fischiarli. “Mi fa arrabbiare quello che la gente pensa di me – disse – perché sono tutte cose sbagliate. Per me il punto di vista degli altri è importante. Sembro uno stronzo e un maleducato, ma non sono così”. Tuttavia, la rottura vera con la FFT è arrivata nel 2016, ai Giochi Olimpici, quando venne cacciato dalla selezione francese per una serie di comportamenti poco professionali non rispettosi del gruppo. In sintesi, è capitato che certe notti lo beccassero a tornare molto tardi, malgrado fosse ancora in gara nel torneo, così decisero di allontanarlo (ma solo dopo la sconfitta in singolare). “Felice di andarmene, l’importante era partecipare, la federazione è inesistente”, rispose lui, che successivamente fu giudicato per la vicenda Olimpica, insieme a Mladenovic e Garcia, a loro volta colpevoli di aver mancato di rispetto alla nazionale. Finì che lui si beccò sei mesi di sospensione dalle attività federali, mentre le due vennero graziate, guarda caso con la finale di Fed Cup alle porte. Da allora non c’erano più state grosse discussioni, se non qualche lamentela di Paire perché nel 2017 gli erano stati preferiti prima Chardy e poi Mannarino, malgrado fosse davanti a entrambi in classifica, e pure sul fatto che alle cene pre-convocazioni lui non fosse mai invitato. Tuttavia, Noah aveva già provato a tendergli la mano, dicendogli di dimostrargli di voler giocare la finale, e anche se si era sentito (indirettamente) rispondere “in quei giorni sarò in vacanza”, ha continuato a ricucire piano piano il rapporto, sicuro che prima o poi a qualcosa sarebbe servito. Ci aveva visto lungo, e se Paire è pronto a indossare per la prima volta la maglia della nazionale a 29 anni il merito è suo.

Paire, il figliol prodigo si è preso la Davis

“A VOLTE IMPAZZISCO, MA STO MIGLIORANDO”
“Ho un grande desiderio di giocare la Davis quest’anno, perché il prossimo sarà morta, e dall’inizio dell’anno sto lottando per mandare un messaggio a Noah”, aveva detto allo Us Open il n.54 ATP, già in odore di convocazione, e stavolta niente delusioni. In nazionale ha trovato subito il clima giusto e si è integrato al volo, come confermato anche dalla voglia di Noah di prendere alla leggera il suo carattere fumantino. In fondo Paire è un bravo ragazzo, persino molto educato. Semplicemente, odia i canoni ordinati del tennis moderno, il politically correct a tutti i costi, e a differenza di tanti colleghi preferisce essere sempre sé stesso anche in campo, anche se significa demolire tre racchette in due minuti e andarsene con 16.500 dollari di multa, come avvenuto il mese scorso a Washington. Qualche media francese aveva ipotizzato che fosse stato convocato solo per darlo in pasto a Nadal nella prima giornata, con l’obiettivo di togliere ritmo al numero uno del mondo, invece ad affrontare Pablo Carreno Busta al posto di Gasquet ci sarà lui, preferito per scelta tecnica. Un bell’attestato di stima. “A volte in campo impazzisco e capisco che è difficile darmi fiducia in una squadra – ha detto Paire nella conferenza stampa post sorteggio –, ma quest’anno sono diventato molto più continuo e mentalmente mi sento più forte. Sono orgoglioso di essere parte di un grande gruppo, e non vedo l’ora di scendere in campo. Non vedo questa sfida come un’opportunità per togliermi l’etichetta di enfant terrible, perché ci sto provando già da un po’. È vero, a Washington ho combinato un disastro, ma era dall’inizio dell’anno che mi comportavo bene. Sono qui per confermare che sono cresciuto: ora penso al gioco, non a rompere le racchette. Voglio regalare un punto alla Francia, giocando con serietà”. Una buona prestazione potrebbe tornargli utiile: fra un paio di mesi potrebbe esserci la finale, e con Tsonga ancora convalescente e Monfils assente da quasi tre anni, potrebbe esserci di nuovo posto anche per lui.

Paire, il figliol prodigo si è preso la Davis