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Il Next Gen che non c’è

Ci sarebbe piaciuto ammirare a Milano il talento (e la personalità) di Corentin Moutet, classe 1999. Un appuntamento solo rimandato. Per adesso siamo andati a Metz a scoprire un personaggio davvero unico che sta gettando le basi per un grande futuro a suon di citazioni e riflessioni social di vario genere.
Il Next Gen che non c’è
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Federico Ferrero
10 novembre 2018

Corentin Moutet si sta smezzando con Lucas Pouille una partita con un attrezzo retrò, un flipper Stern Pinball marchiato dal gruppo metal Iron Maiden. Mentre la biglia impazzisce contro i pistoni, dalle casse della base parte il riff di Fear of the dark. Ma il giovane parigino, 19 anni e uno spiccato senso per le arti nobili, ha altri gusti. Ama il Notturno di Chopin e i testi malmostosi di Bertrand Cantat, il leader del gruppo rock alternativo Noir Desir, uomo capace di versi meravigliosi («Ce parfum de nos années mortes / Ceux qui peuvent frapper à ta porte / Infinité de destin / On en pose un, qu’est-ce qu’on en retient?») e, con la stessa naturalezza, di frapper a morte anche la povera compagna, perché geloso e alcolizzato. Di incoraggiante in Moutet , a parte le magie e l’estro che catturano l’occhio, c’è che il ragazzo non si atteggia e la sensibilità in campo somiglia a quella che ha in jeans e maglione nero: «Non voglio passare per quello che non sono, non trascorro le giornate a leggere, anzi, quando ho iniziato mi sono dovuto forzare. Non sono un letterato, a volte cito frasi di qualche rapper francese, ha presente Guizmo? (No, ndA). Mi piacciono le belle parole, le frasi con un significato profondo. Quelle che interpretano un mio pensiero, mi fa piacere condividerle. Un tempo non si poteva, ora con Instagram o Twitter sì e io preferisco usarli così, che non per andare in giro per le città che visito a fotografare un monumento o un piatto di pasta. Preferisco incontrare persone, che non statue». Corentin ha appena vinto il suo secondo titolo challenger a Istanbul, perdendo un set in tutta la settimana; il primo lo aveva strappato nel 2017 a Brest a Stefanos Tsitsipas, che ha otto mesi in più e, quest’anno, ha preso l’ascensore verso la gloria. I top 100 sono lì, dietro l’angolo: poco più di un anno fa, Moutet era un folletto sottopeso che concludeva il suo ultimo anno nei tornei juniores; a dispetto della collezione di titoli nazionali under (12, 14, 16, 18) e della stupefacente precocità (primo punto ATP a 15 anni e sette mesi, solo Gasquet ha fatto più in fretta) il suo tennis ammaliava ma sollevava dubbi sul lungo termine: peso di palla insufficiente, troppe racchette frantumate, soluzioni leziose e controproducenti, punti giocati à la Bahrami - il giocoliere francoiraniano - per il gusto dello show. Un conto è fare il fenomeno contro Guillermo Olaso, un altro è vedersela con i grandi e, in questi tempi di concorrenza feroce, in cui il pertugio per la creatività sembra stringersi irrimediabilmente, affidarsi a soluzioni soft e antiche è una strada che percorrono in pochissimi. Nel giro di un anno, però, il ragazzo ha dimostrato di poter reggere la candidatura per un tennis francese di élite che, per il suo ingordo presidente, non vince mai abbastanza ed è ancora appeso all’icona di Noah a Parigi 1983. «Sì, ma non vale per me. Yannick è stato un campione di un tennis che è passato. Adesso, per vincere gli Slam devi vedertela con Rafa, Novak, Roger, Stan, Murray… E poi essere una speranza non sono sicuro che sia una buona cosa. Perché magari ti bruci e non ottieni nulla di quello che si pensa tu possa raggiungere».

Il Next Gen che non c’è

È cresciuto di qualche centimetro e si è vagamente irrobustito . Le magliette non gli cadono più sulle spalle come a uno spaventapasseri anche se, di spazio da riempire, ne rimane parecchio. Verso la fine del 2017 denunciava il 250esimo posto nel ranking, un ottobre più avanti è 105. Veste ancora un’armatura leggera che è sufficiente per la sua classifica da limbo tennistico e ancora troppo tenera per conquistare altri territori, ma lo scorso gennaio ha esordito in un tabellone Slam, togliendo un set a Seppi; a febbraio ha vinto le prime partite ATP, con i quarti di finale a Quito; a maggio, il primo match in uno Slam (a Roland Garros, contro Ivo Karlovic). Ha assaggiato il ferro di due top 10, Thiem ad Amburgo (4-6 2-6) e Goffin a Parigi (5-7 0-6 1-6), lasciando la sensazione di un giocatore vero: il belga ne ha parlato come di un «grande talento, molto creativo, imprevedibile, che prende la palla presto e ti toglie il tempo». Un talento che è anche autodistruttivo, come capitò a Xavier Malisse, con cui Moutet divide la testa matta e pure – anche se non c’è diagnosi ufficiale – una certa tendenza alle palpitazioni: in campo, a Metz, fa segno più volte che il cuore sta andando a mille, e non di felicità. Juergen Melzer, sparring per l’occasione, ci scherza su: «Occhio, ti ricordi Mardy Fish? Comunque, a me, le palpitazioni vengono solo quando un colpo si impenna sul nastro e non so da che parte ricade».
«Credo - dice fissandomi negli occhi con il suo sguardo tra il ceruleo e l’oltremare, che vale qualche migliaio di follower - che nel tennis ci sia posto per tutti. Il gioco è sbilanciato verso la puissance, la forza, ma anche ai tempi di Goran Ivanisevic c’erano ragazzi grandi e grossi: eppure, numero uno del mondo era diventato Marcelo Rios. Ci sono giocatori che hanno più facilità di gioco, altri che trovano la strada più facile perché tirano botte. Esistono tanti modi per arrivare, c’è ancora spazio per la varietà: come in tutti i mestieri bisogna specializzarsi, io non posso servire ai trecento all’ora. Devo diventare bravo a fare altre cose». Bravo lo è già, Corentin : gioca con la mano degli artisti, la sinistra, anche se per tutto il resto è destrimano. Gran tempo sull’impatto, con Rios sembra condividere la capacità di stringere gli angoli, di giocare smorzate incantevoli. Meglio di rovescio che di dritto, ha geometrie da fuoriclasse, le accelerazioni sono brucianti, l’anticipo è notevole. La prima di servizio è buona ma incostante; la seconda, lenta e tendenzialmente fallace quando il punto si fa pesante: evidentemente, è meno spavaldo di quanto voglia far credere. E poi Rios giocava vent’anni fa, quando chi tirava molto forte non si muoveva così bene. Oggi tutti corrono, tutti rispondono, tutti bastonano. Tranne lui.

Il Next Gen che non c’è

Il sospetto che il suo innamoramento per il bel gioco possa pregiudicare la sostanza è legittimo anche se lui, a domanda diretta, nega: «Per me non è questione di mettere a segno un colpo super, non gioco per vincere il punto più bello. Amo fare spettacolo ma non per compiacere il pubblico, semmai mi piace creare un rapporto con chi mi guarda grazie a quello che faccio in campo: poi a volte sarò applaudito, altre volte fischiato, pazienza. Più che altro, è importante avere la mentalità di andare a cercarsi la vittoria e di non aspettare che l’altro te la regali. È difficile che si giochi sempre al meglio durante una partita, anzi, sono pochi i giorni in cui sei completamente libero e colpisci come fossi in allenamento. Ma devi tirare fuori il meglio di quello che hai in quel momento. Dopodiché, l’obiettivo di un professionista è vincere: ma se penso solo a vincere, io non funziono bene. Devo pensare a cosa faccio e come lo faccio». Moutet è un perfezionista. Detesta sbagliare, vuole che tutti i suoi impatti siano all’altezza dell’opinione che ha di sé. «Se perdo sono nero di rabbia, ma quando esco dal campo mi chiedo se sono fiero di me, se ho rispettato me stesso e la partita, se ho fatto le cose giuste, perché puoi anche fare tutte le scelte corrette e perdere». In allenamento può tirare dieci lungolinea a un centimetro dall’incrocio delle righe ma, se sbaglia l’undicesimo, manda tutti al diavolo: infatti, alla squadra di domatori di Corentin si è aggiunto Romain Bastide, laureato in economia ed ex manager della banca d’affari Hsbc, convertito alla psicologia sportiva. Durante il match di Metz contro Krajinovic, una giornataccia (1-6 1-6) in cui non ha onorato la wild card regalatagli a quattro anni dall’esordio ATP in questo stesso palazzetto, lo incita a «provarci fino in fondo». Poi riflette, dopo la batosta: «Corentin va protetto. Ha bisogno che gli venga creato intorno un ambiente che sia a un tempo esigente e benevolo con lui. Per lui è essenziale trovare un senso in tutte le cose che fa. Deve avere obiettivi chiari e ricevere regolarmente dei feedback. Nonostante la sua giovane età (e le scenate, non detto ma sottinteso, ndA) trovo che sia già molto consapevole e che abbia un autentico desiderio di rendersi un ragazzo migliore. La sua sfida principale è accettare l’errore, non essere sempre così esigente con se stesso: quando riesce a concentrare la sua voglia di fare le cose bene e il suo impegno nella direzione giusta, cioè sulle cose che può controllare, è un altro giocatore. Ma questo è solo l’inizio: dovrà attraversarne ancora tante, di difficoltà».

Il Next Gen che non c’è

Nel duro lavoro quotidiano , Moutet non risulta essere così posato e accomodante come quando chiacchera sul divano. Ha già scartato un poker di allenatori; l’ultimo, Thierry Tulasne, ex top ten e coach di una miriade di talenti tendenzialmente francesi, se ne è andato dopo essere stato preso a male parole. A un cronista del Figaro, Corentin aveva raccontato che Tulasne lo massacrava di rimbrotti, gli rimproverava di continuo di non allenarsi a sufficienza, lo stigmatizzava perché i suoi colpi erano ancora troppo scarsi. Non andava mai bene niente, insomma, «e io stavo perdendo il piacere di giocare a tennis. Anche se non aveva tutti i torti». Forse Co, come lo chiamano gli intimi, è un convesso che ha bisogno di un accompagnatore concavo. Sembra essere dello stampo giusto Laurent Raymond, un professionista della sterminata filiera federale, un mansueto sotto contratto da due anni la cui prima preoccupazione è calmierare la mania di perfezione del suo allievo e non tirare troppo la corda: anche a scuola, se provavano a fargli digerire i tomi a forza, Moutet si ribellava, tanto che ha lasciato l’istruzione alla seconde, cioè dopo il primo anno di liceo. «La odiavo, la scuola», spiegando che non gli piaceva la cultura inoculata in vena da parte di un’autorità: un pensiero sincero ma un poco naïf, perché se è vero che somministrare Dante a un quattordicenne può sortire effetti collaterali, la cultura non è solo ispirazione ma soprattutto fatica. Proprio come il lavoro che ha deciso di fare, che gli impone di svegliarsi al mattino presto e di spegnere la luce poco dopo il tramonto, vita lontana da quella di Rimbaud, il poeta del Battello ebbro, di cui cita su Twitter i versi più conturbanti. «Ma non importa, non è che si debba fare festa tutti i giorni o bere e stordirsi, non aspiro a fare il poeta maudit. Semmai, la rinuncia è non poter gestire il proprio tempo: se una sera ho voglia di tirare tardi, magari anche solo restare sveglio e guardarmi una serie su Netflix, non lo posso fare. Ci sono cose che i ragazzi della mia età amano, come perdere tempo con i videogame, e io me lo posso permettere raramente. Però il tennis è un compromesso che accetto: ha dei confini, ma dentro quei confini mi sento libero di gestirmi». Incontrandolo , Moutet dà proprio l’impressione di un ragazzo fiero della sua indipendenza. Anche economica: quest’anno ha iniziato a incassare (tre quarti dei 400.000 dollari di montepremi sono stati fatturati da gennaio) e sembra voler marcare una distanza dalle sue origini. La famiglia non è ricca, ai tornei si vede pochissimo il parentado e più spesso un avvocato, monsieur Gramblat, che è un amico di famiglia. Difficile anche capire chi gli abbia trasmesso l’ambizione per i massimi livelli: lui dice «moi-même», me stesso. «Sono stato fortunato perché gli allenatori che ho avuto fin da piccolo mi hanno dato le cose giuste nel momento giusto. Quando si interrompeva il rapporto, secondo me capitava perché eravamo arrivati al capolinea, nel senso che avevo fatto con la persona giusta un certo pezzo di strada». Papà Rodolphe, che ha l’età di Agassi ma giocava solo per diletto, lo ha portato sui campi quando Corentin aveva cinque anni; ha altri due figli più piccoli e una moglie, Alexandra, con cui ha rilevato La Cabane Gourmande, un ristorantino-creperia senza pretese. Piatto forte, la Champs-Elysées: spinaci, bacon, uovo. Non è un genitore invadente, anzi, si nasconde. Al posto di un maxischermo per trasmettere le partite del figlio, che inizia a fare capolino in tivù, ci sono locandine che annunciano esposizioni di pitture espressioniste e concerti. Moutet non dedica lodi sperticate a chi lo ha messo al mondo: «Non abbiamo quel tipo di rapporto per cui ci sentiamo tutti i giorni, non è necessario. Che la famiglia ti protegga è bello, ma si può fare anche senza essere insieme costantemente. So che il mio fratellino di nove anni mi segue e so che per lui sono un esempio, al di là del tennis, e questo mi piace. Ho preso casa da solo a Boulogne, vicino al centro federale, perché cerco la tranquillità: capita di essere a Parigi e di uscire la sera con gli amici, ma mi piace sapere di potermi rifugiare in un posto in cui ci sono solo io. Ho un pianoforte, ho iniziato a suonarlo da qualche anno perché ho sempre amato la musica. Da quando ho tredici anni sono stato più in giro che a casa: insomma, sono abituato a vivere lontano e a gestirmi in modo autonomo».

Il Next Gen che non c’è
Il Next Gen che non c’è

Non deve essere facile trattare un adolescente complesso , riflessivo e iracondo quando è sotto stress, alla ricerca del successo in un mondo che è tutto affari e poco sentimento come lo sport professionistico ma, al contempo, attirato da vite e pensieri più profondi di un dritto vincente e incline a commentare una vittoria con un verso del cantante di frontiera Damien Saez: «Siamo tutti uguali, davanti ai nostri singhiozzi». Dice ancora Bastide: «Per un verso, sarebbe certamente più facile gestire un giocatore che non si fa domande, che non cerca a tutti i costi di capire tutto ciò che vede. Ma io credo che sia ancora più ricco e ambizioso desiderare il successo al massimo livello, mentre ci si realizza ogni giorno. Passare attraverso fasi di dubbio e interrogativi è il gioco della vita, ed è quanto la rende appassionante». «Forse ho rivendicato troppo, era per ottenere abbastanza». Chissà se Baudelaire pensava che, un giorno, un tennista avrebbe usato un suo pensiero dedicandolo a un torneo di uno sport che non era ancora nato, quando lasciò questa valle di lacrime senza aver mai visto un serve&volley. Al momento di compilare la scheda per il sito dell’ATP, Corentin aveva annunciato Nadal e non Federer («anche se è il più artistico dei big») come suo idolo e Roland Garros come suo sogno. Adesso, dice che «valeva quando lo avevo detto: vedendoli da vicino, non riesco più ad avere preferenze» e che «Parigi rimane il sogno ma non per la coppa, di quella chi se ne importa, penso alla sensazione che può dare vincere l’ultimo punto di una finale Slam». È estremamente improbabile possa accadere: dovesse succedere, per il tennis e non solo per la Francia, sarebbe un gran bel giorno.

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