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“Una passività sportiva, economica ed emotiva”

L'INTERVISTA - Amanda Gesualdi, DS del Tennis Rozzano, spiega la decisione del club di non affiliarsi più alla Federazione Italiana Tennis, fra costi eccessivi, disinteresse nei confronti dei circoli e priorità federali non più condivise. “Basta lamentarsi: è tempo di agire”.
“Una passività sportiva, economica ed emotiva”
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Marco Caldara
18 febbraio 2017


ROZZANO (Milano) – “Il tennis torna ad essere come l’aria: di tutti e per tutti”. È una delle fasi più significative stampate nel comunicato divulgato dal Tennis Rozzano a fine gennaio, per spiegare la decisione di rinunciare, dopo 40 anni, all’affiliazione alla Federazione Italiana Tennis. Una scelta che parte da lontano e tocca svariati punti dell’operato della FIT e dei valori del club, due soli campi a sud di Milano ma una vita sociale e un’attività molto sviluppate. Dai continui aumenti nelle tasse a un paio di cause legali con la Federazione, da una politica in cui l’associazione milanese non si riconosce da tempo a delle priorità che non si sente più di condividere. Fino a una scelta che anno dopo anno ha trovato sempre meno “contro” e sempre più “pro”. “Purtroppo – si legge nel comunicato – il bilancio sportivo, etico e morale del 2016 del rapporto con la Federazione, si è chiuso, ultimo ma non solo, con un passivo non più sostenibile per quella che è la concezione del tennis per questa associazione”. Potevano dire basta in silenzio, invece hanno deciso di dar voce al proprio malcontento, scatenando varie reazioni fra appassionati, insegnanti e responsabili di altre realtà. La gran parte, a dispetto di un numero esiguo di azioni, sono positive, di appoggio e solidarietà. A conferma del fatto che parlare è una cosa, agire è ben altra. Loro, come racconta la direttrice sportiva Amanda Gesualdi, hanno scelto la seconda.

Dopo 40 anni il Tennis Rozzano ha deciso di non affiliarsi più alla Federazione. Come si arriva a questa scelta?
“È stata una scelta meditata per tanti anni. Nei vari commenti ricevuti al nostro comunicato, qualcuno ha fatto presente che bisognerebbe combattere da dentro, non da fuori. Noi siamo stati all’interno per 40 anni, non sono sufficienti per provare a cambiare le cose? C’erano persone che si lamentavano anche del governo precedente rispetto a quello di Angelo Binaghi: io l’ho vissuto, e mi vien da dire che si stava meglio quando si stava peggio. Gli ultimi 16 anni sono stati i più duri, sotto tantissimi punti di vista. La FIT, nella nostra personale valutazione interna associativa, è diventata una passività sportiva, economica ed emotiva. Da qui la decisione di uscire”.
 
Un esempio?
“Sulle nostre casse hanno gravato tantissimo i campionati a squadre, e la mancanza di rimborsi spese per quei circoli, come il nostro, che non riescono a rispettare determinati standard. Come un numero di soci fisso e alto, e non coerente con la media fra i soci e il numero di campi presenti all’interno della struttura. L’ultimo rimborso ricevuto dalla FIT risale al 2001, ultimo anno di governo di Paolo Galgani: circa 4 milioni e 700.000 lire per una final four di Serie C. Poi abbiamo giocato la Serie A2, la Serie B, campionati molto impegnativi economicamente, e non abbiamo mai più visto un euro. È possibile arrivare al terzo posto in Serie A2 e non avere un rimborso? Faccio un esempio che la dice lunga: nel 2012 abbiamo raggiunto lo spareggio per tornare in A2, giocando un play-off di andata e ritorno contro il Tc Cagliari. Loro, uno dei circoli più importanti d’Italia, probabilmente hanno ricevuto il rimborso spese per venire a Rozzano perché rispondevano ai canoni riguardanti il numero di soci. Noi, che invece abbiamo una struttura piccola, non l’abbiamo avuto per la trasferta a Cagliari. È normale? Non c’è rispetto. Circoli come il nostro dovrebbero essere il fiore all’occhiello di una Federazione: dovrebbero chiedersi come facciamo a disputare una Serie A2, a vincere un titolo in B. Sotto il profilo sportivo, non riusciamo a comprendere che cosa leghi il numero di tesserati, amatoriali o addirittura non praticanti, con l’attività agonistica di alto livello ed un programma di sostegno economico federale all’alto livello”.
 
Se dovessimo quantificare questi costi?
“I conti li sappiamo fare tutti. A noi la Federazione Italiana Tennis è costata tanto perché abbiamo svolto tanta attività. Il punto però non è quanto costa, è che in termini di servizi torna indietro poco, per non dire nulla. In sedici anni ci sono stati continui aumenti nelle tasse, che noi abbiamo pagato sulla nostra pelle non aumentando mai la quota associativa. Forse avremmo dovuto farlo, ma avremmo anche dovuto offrire un ritorno che non possiamo offrire. Abbiamo optato per una politica di protezione dei nostri associati, e ci siamo fatti carico di qualcosa che però è diventato sempre più caro e più oneroso. Costa iscrivere le squadre ai campionati, costa organizzare i tornei, costano le tessere, il giudice arbitro, e altro. Se uno organizza dieci campionati, lo fa perché vuol dire che ha lavorato bene, dunque ha tanti agonisti e vuole accontentarli. Ci avevano privato anche dei campionati giovanili: non facendo riconoscere dalla FIT la nostra scuola tennis, non potevamo più organizzarne. Si arriva a un punto in cui un circolo come il nostro, piccolo nelle strutture, deve arrendersi anche se è grande a livello di storia e di attività”.
 
Pentita di aver investito tanto con poco ritorno?
“Mi chiedo solamente come abbiamo fatto a resistere così tanto di fronte a certe ingiustizie. Abbiamo sempre scelto di seguire sia le opportunità offerte dalla FIT, se di opportunità si può parlare, sia quelle date dagli enti di promozione sportiva. Riteniamo che l’attività amatoriale sia gestita molto meglio da loro: non va dimenticato che le Federazioni nascono con l’agonismo, e di quello si dovrebbero occupare. Per l’attività amatoriale il CONI ha riconosciuto gli enti di promozione sportiva. Qui si apre il discorso della tassa di non esclusività, che per diversi anni la FIT ha imposto a tutti i club affiliati anche con altri enti. Dovrebbe essere un valore aggiunto, non diventare un peso sempre meno sostenibile. Prima era di 100 euro, poi 250, poi 350, poi 750, poi addirittura 900. Mi chiedo come abbiamo fatto a resistere, non perché siamo usciti”.

“Una passività sportiva, economica ed emotiva”

In passato ci sono stati dei contenziosi fra il Tennis Rozzano e la FIT, è corretto?
“Ci sono state due cause. La prima risale al 2013: in qualità di direttore di gara di un torneo organizzato sui nostri campi, venni chiamata a testimoniare in merito a una sanzione che il vecchio FUR (il fiduciario degli ufficiali di gara regionali, ndr) della Lombardia  e un dipendente del Comitato avevano tolto, pur non avendone diritto, a uno dei partecipanti al torneo. Ma la Procura mi fece una serie di domande che non riguardavano affatto quell’argomento, bensì la nostra attività al Tennis Rozzano. Secondo le regole federali non potevo allenare giocatrici di seconda categoria che io stessa ho portato in seconda categoria, perché il mio diploma FIT di istruttrice di primo grado non lo permette, malgrado pagassi la tassa di non esclusività, abbia svariati diplomi e sia una libera professionista. Aprirono un procedimento sportivo contro di me e contro il Tennis Rozzano, reo di avermi permesso di lavorare con certe atlete, e in primo grado ci diedero circa 1.800 euro di sanzioni, fissando le tasse di appello a 1.600. Potevamo pagare la sanzione e chiudere il procedimento, invece abbiamo deciso di passare al secondo grado, rischiando di dover pagare molto di più, ma sicuri di poter vincere la causa. Così è andata: la sanzione è stata ritirata”.
 
Eppure la questione non è finita lì…
“Ci hanno rifatto il procedimento, per le stesse motivazioni a distanza di un anno e mezzo. Eppure il Collegio di garanzia del Coni, sia prima della sentenza della Corte di Appello Fit che dopo, ha espressamente chiarito senza alcuna incertezza che ciò non è possibile. Se regole ci sono, devono a mio avviso valere per tutti: sia per chi le fa, sia per chi è chiamato ad applicarle”.
 
Quanto questi episodi hanno influito sulla vostra decisione di non riaffilarvi?
“Sono stati importanti, ma non determinanti. Avremmo potuto farlo già nel 2013, come nel 2014 o nel 2015. Diciamo che è una delle tante cose che ci ha lasciato parecchio amaro in bocca, anche perché abbiamo sempre pensato di essere un buon “cliente” per la Federazione. Tutti i nostri soci hanno sempre avuto la tessera FIT, abbiamo sempre iscritto tante squadre ai campionati, organizzato tanti tornei. Arrivare a subire dei procedimenti e dei controlli da parte della Procura Federale ci è parso eccessivo. E ci è costato anche molti soldi. Soltanto di tasse siamo attorno ai 5.000 euro, senza considerare le spese legali, la parcella dell’avvocato e tutti i viaggi che ha dovuto sostenere per partecipare alle udienze, anche più di una per ogni grado, e quasi mai nella stessa città. Il secondo procedimento non doveva neppure iniziare: si è concluso con una nostra condanna e non riteniamo né giusto né etico che la vicenda finisca così. Se credi di avere un diritto, devi essere disposto ad affermarlo".
 
Quindi la questione non è chiusa?
“Stiamo pensando di rivolgerci alla giustizia ordinaria per far riconoscere i nostri diritti. Il nostro legale ci ha detto che l’entità delle sanzioni non ci consente di ricorrere al Collegio di Garanzia del Coni, i cui precedenti sono tutti in senso a noi favorevole e, pur evidenziati agli organi di giustizia Fit, sono stati ignorati. Andate a dare uno sguardo alle decisioni 58/2016 e 12/2017 del Collegio di Garanzia del Coni: le conclusioni si traggono da sole”.
 
Come mai la scelta di non affiliarsi arriva proprio ora?
“La Federazione Italiana Tennis riesce ad andare avanti grazie all’amore che la gente ha per questo sport, non per ciò che sta facendo. E a noi l’amore l’ha tolto quasi tutto. Amare il tennis significa essere orgogliosi di vedere i propri giocatori in campo a rappresentare il club, e tanto altro. Siamo andati avanti per questo, ma l’amore è calato sempre di più, e ora è rimasta solo una piccola fiammella. Ma sia ben chiara una cosa: non affiliarsi alla FIT non significa non praticare più tennis. Il tennis non è monopolio della Federazione. Chiunque, da cittadino italiano, ha diritto di prenotare un campo e giocare a tennis: è un concetto cardine e fondamentale. Negli anni scorsi abbiamo presentato varie proteste al Comitato Regionale, anticipando questa nostra possibile decisione. Ma non tanto per lamentarci, quanto per far capire ciò che non andava bene. Oggi abbiamo scelto di non affiliarci alla FIT, domani potremmo decidere di uscire anche dal CONI, abbandonando l’ASD a favore di una comune SRL. Se alla FIT viene permesso di far pagare una tassa di non esclusività, di non dare rimborsi a dei club che si stanno svenando, di perpetuare negli aumenti, ad esempio dei tesseramenti, e di non mettersi empaticamente dalla parte dei circoli, vuol dire che al di sopra c’è un CONI che permette tutto ciò. Spesso sento dire che un euro investito in attività sportiva, sono tre euro di risparmio in sanità. Mi piacerebbe che qualcuno mi spiegasse a livello politico perché pretese “esclusive” possono limitare la possibilità di normali cittadini, non certo agonisti di interesse nazionale, di fare sport con la più ampia possibilità, secondo le loro libere scelte”.
 
Vi aspettate un confronto da parte della Federazione?
“No, non ci aspettiamo nulla. Il confronto potrebbe arrivare solo di fronte a una voce di popolo più ampia. Ci tengo a evidenziare una cosa: uno dei complimenti che ci è arrivato con maggiore insistenza è “che coraggio”. Ma se ci dicono “che coraggio”, vuol dire che c’è qualcosa di cui avere paura. Ma paura di cosa? Non siamo stati gli unici a prendere questa decisione, ma forse gli unici a dire perché. Riteniamo che per onestà intellettuale andasse fatto: negli anni abbiamo creato una realtà importante per noi, per i ragazzi, per Rozzano. Vogliamo dire le cose ad alta voce. Se tutti i circoli che oggi scelgono di non affiliarsi dicessero come mai, forse allora si arriverebbe veramente a un confronto”.

“Una passività sportiva, economica ed emotiva”

Come cambia la vita di un circolo dopo la non affiliazione?
“L’attività classica di circolo continua come prima. Certo, non potremo organizzare tornei FIT, non potremo disputare i campionati, e i nostri atleti dovranno tesserarsi altrove, ma la vita associativa resta identica. Quella è un diritto dei cittadini: gestiamo un impianto comunale, costruito con i soldi dei cittadini e che deve essere a loro disposizione, nel rispetto delle regole. Forse in Federazione dimenticano che prima dell’affiliazione con loro ci sono alle spalle accordi col Comune, come nel nostro caso. Nella logica del Comune lo sport è per tutti e di tutti, e per questo ci chiede di dare grande spazio ai soci. Per un Comune è più importante offrire un servizio ai suoi cittadini piuttosto che vedere allenarsi da noi atleti d’èlite. In più, va tenuto presente che una tessera è qualcosa di importante: ogni cittadino ha il diritto costituzionale di dire no alla tessera. Il tennis esiste da prima rispetto alla Federazione, si può praticare anche in mezzo a una strada”.
 
Per i soci la vostra decisione fa qualche differenza?
“I soci amatoriali non vengono minimamente toccati da ciò che è successo. Ai soci, che il nostro club sia o meno affiliato alla FIT non cambia nulla. Il rischio di perdere alcuni soci non lo vedo. In questa decisione il 99% è con noi, e resta un 1% che magari si sarebbe staccato comunque, per ragioni proprie. Ma c’è anche un ritorno, c’è tantissima gente che sarebbe onorata di poter frequentare questo club, perché lo trova in linea con i propri ideali. In sintesi, pare che la richiesta possa addirittura aumentare”.
 
Avete ricevuto e pubblicato un centinaio di messaggi di solidarietà. Pensate che qualcuno seguirà la vostra strada?
“Noi abbiamo preso una decisione per noi stessi, e solo dopo siamo stati portati d’esempio da altri. Ma da parte nostra non c’è assolutamente l’intenzione di capeggiare una rivolta. Il nostro comunicato è indirizzato direttamente alla Federazione Italiana Tennis. Noi non ce la facevamo più, quello che accadrà ce lo dirà il futuro. Il Tennis Rozzano, dopo anni passati a masticare sacrifici economici quotidiani, ha deciso di fare questa scelta. Il tennis torna libero: abbiamo tagliato l’aspetto agonistico, non l’attività sportiva”.
 
Ma se il messaggio è rivolto alla FIT, perché divulgarlo con un comunicato stampa e non con una lettera privata?
“Negli anni abbiamo scritto numerose lettere, al CONI come al Comitato Regionale della Federtennis, cercando di esprimere tutto il nostro malcontento. Ma dobbiamo renderci conto di una cosa: alla Federazione non interessano i circoli, se non per motivi puramente economici. La FIT non sa neanche chi sia il Tennis Rozzano, e nemmeno altre realtà più importanti. A loro interessano solamente determinate cose, come stanno dimostrando in lungo e in largo. Non danno lustro ai club: si parla solo degli Internazionali d’Italia e dei risultati dei professionisti. Ma il movimento non è questo, la base non è questa. A noi importa ben poco di ricevere a fine anno la lettera del Presidente Binaghi, se lui pensa sia sufficiente per accontentare un circolo si sbaglia di grosso. La lettera dice che siamo una grande famiglia: non so lui che concetto abbia di famiglia, ma il mio è un tantino diverso. Io se devo fare un figlio per poi maltrattarlo preferisco non farlo. Ci hanno contattato esponenti di spicco del tennis italiano, e se vorranno si esporranno loro stessi. Sicuramente ricevere così tanto appoggio ci ha fatto pensare: vuol dire che c’è veramente del malessere, qualcosa su cui la FIT dovrebbe riflettere”.
 
Lo farà?
“Non credo, ma dovreste chiederlo a loro. Credo che per loro non sia interessante. A malincuore penso sia solo questione di tempo, poi il nostro gesto cadrà nel dimenticatoio. Ci tengo però a dare un suggerimento: basta lamentarsi. A un lamento deve seguire un’azione, se no è meglio tenere la bocca chiusa. Sui social ci sono vari gruppi di discussione, e per smuovere la situazione sono un buon mezzo. Ma poi ci si accorge che, pur essendoci un sacco di persone con le stesse idee, nessuno agisce. Dopo la pubblicazione del nostro comunicato è stato creato un gruppo chiuso su Facebook con oltre 200 adesioni in poche ore. Volevano qualche dettaglio in più sulla nostra scelta: ho ringraziato per la solidarietà, ma mi sono tolta. Non è più il tempo dei gruppi chiusi, non è più il tempo di nascondersi, altrimenti torniamo alla domanda di prima: di cosa abbiamo paura? Come mai un circolo ha paura a chiedere un confronto su ciò che non funziona? Io ho iniziato a giocare a tennis in cortile, e sono disposta a tornare a farlo in cortile se ce ne fosse la necessità”.
 
Si parla di una giornata in vostro sostegno da parte di alcuni storici oppositori federali. È vero?
“Ci è stato chiesto di organizzare un evento che possa raccogliere tutte le persone che ci sono state vicino, inviandoci messaggi di stima. Non so ancora come ci comporteremo. Sicuramente il nostro caso non è l’unico, di questo ne sono certa. Se una manifestazione può servire a dimostrare che si può dire no, io ne sarei ben contenta. Non ci interessa fare la guerra alla Federazione, vogliamo dedicarci allo sport senza leggere ogni mese modifiche regolamentari di cui non riusciamo più a comprendere il senso sportivo”.

“Una passività sportiva, economica ed emotiva”

Per unire le idee e il malcontento degli insegnanti e dei circoli in qualcosa di concreto era nata AITI (Associazione Insegnanti Tennis Italia), ma il progetto è franato in fretta.
“La nascita di un’associazione come AITI era stata chiesta a voce di popolo, così un gruppo di persone, fra i quali la sottoscritta, si è preso la responsabilità di formarla. Abbiamo provato a lanciare un messaggio, ma purtroppo nella realtà italiana, sport compreso, la gente si lamenta ma non è disposta a fare nulla. Noi abbiamo deciso di fare qualcosa. In questo momento basterebbe dire “io sono Tizio, del tennis Caio, e due anni fa non ho rinnovato l’affiliazione alla FIT per questo motivo”. Se ne accoderebbero altri, e poi altri ancora. L’impegno economico, emotivo e intellettuale che la Federazione chiede a ogni circolo è sbilanciato. Sull’altro piatto della bilancia c’è uno zero. Appena fondata AITI, uscì una intervista di Michelangelo dell’Edera che annunciava da parte della FIT grandi novità, iniziative ed attenzioni verso i problemi dei maestri: spentasi l’eco di AITI, a distanza di un anno nulla è successo ed i maestri sono nella stessa situazione di prima”.
 
Non pensi che sia questo comportamento degli insegnanti, in qualche modo, a legittimare le azioni della Federazione? Difficilmente ci sono delle reazioni.
“Noi insegnanti siamo poco consapevoli. Ho recentemente letto, proprio sulla vostra testata, che quelli formati dalla vecchia scuola maestri secondo la Fit sono degli incapaci: incapaci che però gestiscono attualmente scuole tennis riconosciute dalla Fit, con centinaia di bambini di cui quegli incapaci hanno la responsabilità di una corretta crescita sportiva. Nessuno ha smentito quanto da voi pubblicato, nessuno ha reagito a quello che personalmente ritengo un insulto. Gli insegnanti sono spesso i primi a non essere felici della FIT, ma il problema principale è trasformare le parole in azioni concrete. È come se avessimo perso l’amor proprio. Ognuno deve scegliere per se stesso, come nella vita. I 20 centesimi dati da qualcuno pesano come un miliardo dato da chi ne ha la possibilità: se si vuole cambiare ognuno deve far qualcosa. Nulla piove dal cielo. Forse le persone hanno dimenticato di avere un potere”.
 
Al Tennis Rozzano, grazie alla collaborazione di lunga data con l’Asd Training Team (di cui la Gesualdi è presidente, ndr), viene proposto anche un percorso unico nel suo genere, con delle discipline bionaturali applicate al tennis e dei risultati tangibili. Spiace che non sia mai stato valorizzato dalla FIT?
“No, perché sapevamo benissimo che sarebbe stato così. Il metodo d’insegnamento proposto dall’Asd Training Team è stato riconosciuto da tanti enti, ma mai dalla Federazione. Ma ce l’aspettavano: la politica federale non è quella di dare spazio a culture sportive alternative, anche se in altri paesi sono comunemente apprezzate. Credo sia qualcosa di assurdo, dovrebbe essere il contrario. Fortunatamente dopo la convenzione FIT-UISP del 2016 la tassa di non esclusività è stata tolta, e a chi l’ha pagata sono anche stati restituiti i soldi dell’ultimo versamento. Ma la UISP ci ha rimesso molto sottoscrivendo questo impegno con la FIT e c’è grande malcontento. Il senso delle convenzioni dovrebbe essere quello di reciproco riconoscimento  dei rispettivi tesserati nelle attività sportive agonistiche a costi convenzionati: mi chiedo perché limitare la possibilità di svolgere attività sportiva amatoriale, favorendo il confronto, possa essere considerato un vantaggio e non un limite. Se la Fit svolge un’attività amatoriale non agonistica come il circuito TPRA, perché un ente che ha tale specifica prerogativa non può avere la stessa possibilità? Qual è il vantaggio per il movimento sportivo nazionale? Io non ho una risposta logica”.
 
Amanda Gesualdi presidente federale: la prima mossa?
“Non può succedere, dunque la risposta ha poco senso. Nessuno ha la verità in tasca: sappiamo bene che tutti pensano di essere bravi, ma dopo essere arrivati alla poltrona a suon di promesse, mantenerle diventa molto difficile. Io credo che il background di una persona sia importante. Io credo che cercherei di evitare che lo sport dilettantistico ed amatoriale finanzino quello professionistico, affiancando all’aspetto doverosamente razionale della gestione una maggiore emotività nella parte sportiva, che a mio avviso attualmente si è persa”.
 
Cosa dovrebbe succedere per farvi tornare sui vostri passi?
“Ci vorrebbe un cambiamento radicale della politica della Federazione, e una ridistribuzione degli incassi in maniera equa, anche partendo dai Comitati Regionali. Faccio un esempio: in Lombardia ci sono una valanga di squadre che partecipano alla Coppa del Comitato, e quindi parecchie entrate per il CR. Noi abbiamo vinto spesso la massima categoria femminile: oltre a non aver ricevuto un euro, ci hanno mandato una coppa sbagliata. Vuol dire che non c’è reale interesse nei confronti dei circoli”.

“Una passività sportiva, economica ed emotiva”