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Matteo Berrettini, the great italian hope

A suon di risultati, Matteo Berrettini è diventato la più grande speranza del tennis italiano. Siamo andati a trovarlo nella sua Roma, al CC Aniene, dove si è costruito un progetto di giocatore forgiato da Vincenzo Santopadre. Matteo ha tracciato la sua strada: "I top-100 non sono un punto d'arrivo".
Matteo Berrettini, the great italian hope
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Riccardo Bisti
12 gennaio 2018

Ciò che colpisce del Progetto-Berrettini è la serenità. Non sempre un giovane – specie se italiano – cresce in un ambiente dove è lecito scherzare. A un certo punto, con il registratore acceso, coach Vincenzo Santopadre dice che la collaborazione con Umberto Rianna è un po' complicata. “A lui interessa solo il risultato, gliel'ho detto tante volte ma proprio non troviamo un punto d'incontro. Ne ho parlato anche con Sergio Palmieri e non sa cosa dire... “. Vincenzo si accorge dello sguardo perplesso dell'interlocutore. Spunta una nuvoletta che sembra dire: “Ma lo sai che il registratore è acceso?”. Lui si scioglie in un sorriso e dice: “Ci avevate creduto, eh?”. L'aneddoto spiega bene il clima che abbiamo trovato al Circolo Canottieri Aniene. Un tiepido sole di fine autunno accoglie l'ennesima giornata di lavoro, un richiamo tecnico-atletico in cui Matteo ha trovato uno sparring d'eccezione nel fratello minore Jacopo, pure lui aspirante professionista. A colloquio con Tennis Italiano, Matteo mostra una qualità importante: l'empatia. Lascia intendere ambizioni importanti, ma senza mai risultare presuntuoso. La serenità può fare miracoli.

Nel 2017 hai vinto 43 partite, di cui 35 nel circuito Challenger. Te lo aspettavi?
Non proprio. Se mi avessero predetto l'ingresso tra i top-120, l'avrei ritenuto un obiettivo molto difficile. Però significa che il nostro lavoro, dalla preparazione invernale in poi, è servito. Ho avvertito un primo click a Brescia 2016, quando ho perso una partita molto tirata contro Lukas Lacko. Si poteva pensare che la superficie molto veloce livellasse un po' tutto, ma poi c'è stata la conferma ad Andria. In quel momento ho capito che avrei potuto essere competitivo nei Challenger. Il 2017 è partito bene, dopodiché ho provato a incrementare il livello. In conclusione... sì e no. Magari te lo senti, ma un conto è pensarlo, un altro è riuscirci.

L'impressione è che i 6 mesi di stop dell'anno scorso, per il problema al ginocchio, siano stati l'origine del tuo salto di qualità. Hai sempre sottolineato l'importanza di quello che ha fatto Vincenzo Santopadre, portandoti in campo con i bambini. Cosa hai capito in quei momenti?
In effetti sono stato bravo a “sfruttare” gli infortuni per tornare più forte, più carico e pronto fisicamente. In piena attività è complicato fermarsi per seguire un progetto o qualcosa di nuovo. Sono stati 6 mesi durissimi: ne parlo come un'esperienza formativa, ma non vorrei mai ripeterla! Ero lontano dal campo, avevo perso le sensazioni di gioco, vedevo gli altri giocare... tuttavia, sono stato bravo a restare tranquillo e sereno. Vincenzo mi ha detto che questo stop non avrebbe influito in alcun modo sulla mia carriera, se non in modo positivo. La famiglia non mi ha mai abbandonato, inoltre in quel periodo mi sono fidanzato: mi trovo molto bene con la mia ragazza, mi ha trasmesso grande fiducia. Sono stato parecchio a Roma e ho avuto l'opportunità di fare una vacanza, come non mi capitava da parecchio. Mi è anche capitato di seguire mio fratello in un paio di tornei. Con i bambini mi è capitato di notare dettagli su cui solitamente non mi soffermo, e allora mi sono fatto qualche domanda: “Come mai a 15 anni facevo così? Quali erano le mie motivazioni?”. Il mio mental coach Stefano Massari mi ha chiesto il momento in cui è scattato qualcosa. Appena ho ricominciato, Vincenzo mi disse di avermi visto ben centrato fisicamente. Mi ha colpito molto, perché lui non parla a vanvera. Se fa un complimento, vuol dire che è reale. Ho capito che tutta la fatica che avevo fatto era servita. In effetti, quando ho ripreso a giocare, mi sono sentito come se non avessi mai smesso. E poi, si sa, le cose succedono un po' perché devono succedere, un po' perché le vuoi veramente. Al rientro, non ho potuto giocare la finale a un Futures perché mi si è infiammata la spalla dopo la semifinale, poi mi si è storta una caviglia... ma non mi sono mai perso d'animo.

5 anni fa, Gianluigi Quinzi e Filippo Baldi vincevano la Davis Cup Junior. Tu che facevi in quel periodo? Avresti mai detto che oggi saresti stato nettamente avanti rispetto a loro?
Nell'estate 2012 ero impegnato in alcuni tornei di Tennis Europe, peraltro con discreti risultati. Poi andai ai Campionati Italiani Under 16, a cui Filippo non partecipò perché aveva conquistato i primi punti ATP. Questa cosa mi impressionò, la vedevo piuttosto lontana. Ero contento per i loro successi, ma era inevitabile avvertire la distanza. L'anno dopo, Gianluigi ha vinto Wimbledon Junior e io giocavo i “Grade 5” nei luoghi più sperduti. Tuttavia, sin da quando sono piccolo, ho sempre pensato al futuro e ai progetti al lungo termine. Ho sempre cercato di adottare una modalità di gioco per arrivare ai massimi livelli. Non ho mai voluto focalizzarmi sul risultato Under 16, semmai di utilizzare ogni esperienza per crescere. Non è stato facile, ma è la mia mentalità ancora oggi. Dopo la sconfitta in finale a Istanbul, Vincenzo mi ha detto che era quasi più contento che avessi perso. Preferisce che io perda ma impari qualcosa, piuttosto che una vittoria fine a se stessa. È sempre stata la nostra filosofia.

Ma tu non hai avuto la chance di fare parte di quella squadra? Ti stava davanti anche Stefanini?
Sì sì, a livello Under 16 sì.

Vincenzo Santopadre sottolinea spesso l'importanza di uscire dalla comfort zone: giocare il più possibile fuori dall'Italia e su diverse superfici, anche a costo di scelte meno comode. Quest'anno lo hai fatto in modo egregio: sei pronto a fare altrettanto nel 2018? Sei pronto a giocare tante qualificazioni ATP a costo di non migliorare la classifica?
Stiamo lavorando per questo. Vogliamo aumentare ancora il livello: non dico che voglio abbandonare i Challenger, sono pur sempre tornei duri e formativi, ma voglio fare più esperienze possibili nei tornei ATP. La classifica me lo consentirà, poi è un po' il sogno di tutti giocare i tornei più grandi. Quest'anno ho giocato solo tre volte a livello ATP, ma mi sento pronto. La classifica è importante, ma ripeto: il mio obiettivo è aumentare il livello.

Matteo Berrettini, the great italian hope

Oggi sei n.130 ATP. Magari ci ritroviamo l'anno prossimo e sei sempre 130, ma con i punti ottenuti in modo diverso, soprattutto nei tornei del circuito maggiore. Saresti soddisfatto?
Sicuro. I punti vanno e vengono, le partite si vincono e si perdono, ma ciò che conta è sentire il livello giusto. Sono cose che senti: a me è successo in primavera, tra Vicenza e Caltanissetta. Provavo a essere ancora più aggressivo, a fare male con il dritto, a togliere il respiro all'avversario. Guarda caso, quando sono rientrato ho subito vinto un Challenger. Insomma: va bene perdere qualche partita in più, ma facendo le cose giuste e funzionali per crescere. L'ideale sarebbe avvertire un click, un piccolo miglioramento a ogni torneo. Ma anche riuscirci ogni tre mesi non sarebbe male. L'ultimo step di crescita l'ho avvertito allo Us Open, nonostante la sconfitta con Tsitsipas. È stato soprattutto di tipo mentale. È difficile cambiare mentalità giocando prevalentemente i Challenger italiani.

Dopo il decennio d'oro degli anni 70, l'Italia non ha più avuto top-10 tra gli uomini. Però ci sono stati alcuni top-20. Come vorresti collocarti in prospettiva storica?
Sono di Roma e non dimenticherò mai la vittoria di Filippo Volandri contro Roger Federer. Ma ne ricordo anche altre: per esempio, sono cresciuto ammirando la grande estate di Fognini. Mi impressionava ed è salito al numero 13 ATP. Sarebbe già un onore vedere il mio nome affiancato al loro. Qualcuno può stare più simpatico di altri, ma le vittorie, i tornei e i risultati sono oggettivi e non si possono criticare in alcun modo.

Domanda un po' antipatica, specie a inizio carriera: metteresti la firma per ripetere i risultati di un Fognini, di un Camporese, di un Seppi?
È chiaro che sogno di arrivare più in alto possibile, ma se oggi mi dicessero che il mio best ranking sarebbe al numero 13... penso proprio di sì! (ride, ndr). Cercherò di fare del mio meglio, ma mi sono reso conto che n.13 è davvero un grosso risultato. E poi c'è la continuità, il sapersi confermare. Credo che sia la cosa più difficile: non dico che azzeccare un torneo o un'annata sia fortuna, ma restare per tanti anni tra i primi 20-25 è davvero complicato. Chi ci riesce, merita soltanto applausi.

Guido Pella sostiene che l'intelligenza, a volte, potrebbe essere uno svantaggio. Il tennista intelligente avrebbe troppe opzioni e rischia di fare confusione, mentre quello più “ignorante” può ottenere ottimi risultati seguendo 2-3 schemi. Tu come la pensi?
A volte è giusto agire con più istinto. In effetti ci sono giocatori che pensano meno di altri: tuttavia, capita che non riescano a organizzarsi quando riesci a prendere loro le misure. Personalmente preferisco chi usa la testa nel modo giusto. Se non si fa confusione, la testa può dare una grossa mano: vedere bene la partita, l'avversario, quello che succede... quello che dice Pella può succedere, ma il giocatore molto intelligente trova il modo di fare le cose giuste. Tante opzioni possono essere una risorsa e non un ostacolo: l'importante è trovare quella giusta. Credo che l'utilizzo delle energie mentali, se fatto nel modo giusto, possa essere un vantaggio.

C'è un errore che hai paura di commettere, la trappola disseminata nel tuo percorso e che potrebbe compromettere la tua carriera?
Il rischio di accontentarsi. Ad esempio, si potrebbe considerare l'ingresso tra i top-100 ATP come un punto d'arrivo. Non voglio cadere in questa trappola: molte persone, amici compresi, mi ricordano spesso che sono vicino ai primi cento. È un ragionamento che non mi piace: posso essere 99 tra un mese, ma non è che smetto di giocare! Non mi devo adagiare, non devo pensare di aver fatto il mio, accontentarmi di giocare gli Slam in tabellone... sarebbe un po' come buttare via tutta la fatica che ho fatto per arrivare fino a qui. Allo stesso tempo, non voglio farmi condizionare troppo dai numeri. Torniamo a quello che dicevamo prima: magari l'anno prossimo sono 133 e potrei pensare di aver vissuto una stagione negativa, col rischio di “sbarellare” mentalmente. Niente affatto: devo continuare a lavorare. Se consideriamo solo i numeri, chi è numero 800 dovrebbe smettere di giocare. La cosa importante è la sfida con se stessi, la capacità di migliorare giorno dopo giorno.

Hai iniziato a giocare presso il Circolo dei Magistrati, presso la Corte dei Conti, poi ti sei spostato all'Aniene a 14 anni. Come andò quel passaggio? Ti sei spostato con l'obiettivo di diventare un professionista o l'idea è nata strada facendo?
Fu un'idea di mio padre: ci disse che c'era la possibilità di spostarci all'Aniene, dove avremmo trovato Vincenzo Santopadre. Jacopo era più entusiasta, mentre io ero più restio perché avevo un ottimo rapporto con l'ambiente del circolo precedente. Tuttavia, era uno stimolo nuovo e diverso. Non conoscevo bene Santopadre, ma mi aveva trasmesso un feeling decisamente positivo. Non c'era stato nessun screzio alla Corte dei Conti: anzi, il maestro Tomasz Drozd mi disse che si può cambiare anche se le cose vanno bene, che possono nascere nuovi stimoli. Il giorno della prima lezione non pensavo certo al professionismo: a 14 anni non è giusto pensare a certe cose, nemmeno se sei un fenomeno. Ma sin da subito ho fatto un lavoro importante con Vincenzo e Stefano Cobolli, a partire dalla disciplina. Faticavo a stare in campo, Vincenzo mi aveva paragonato a una radio perché parlavo sempre.

Matteo Berrettini, the great italian hope

Da che tipo di famiglia vieni? Sul piano economico, ci sono stati dei momenti in cui ha dovuto rinunciare a qualcosa perché il portafoglio andava tenuto sotto controllo?
Siamo una famiglia di sportivi. Mio padre giocava a tennis ed è stato lui a metterci in campo per la prima volta. Siamo nati e cresciuti in un circolo, dove peraltro giocava (e gioca tutt'ora) mia madre. Il primo a prendere una racchetta in mano è stato mio fratello. Per fortuna non ho mai fatto particolari rinunce per ragioni economiche: è capitato di non portare un maestro a una trasferta, ma mio padre non mi ha mai impedito di giocare un torneo soltanto per risparmiare. Credo che sia un grande fortuna: non tanto per il torneo in sé, ma per la possibilità di vivere un'esperienza con serenità. Ovviamente, si è sempre raccomandato di stare attento con le spese. Una volta mi trovavo al Cairo per un paio di tornei: si mangiava male, ero un po' stanco, ma poi ho pensato al sacrificio e all'investimento dei miei genitori. Loro lavoravano e io ero in campo a giocare a tennis. Un pensiero che mi ha aiutato, non solo quella volta.

Che rapporto hai con la tecnologia, in particolare con i social network? Come a tanti giocatori, ti è capitato di ricevere proposte o minacce legate ad attività illecite?
Uso abbastanza il telefono, ma non esagero con i social. Non pubblico tante foto, non sono il tipo. Utilizzo più che altro Whatsapp, mentre preferisco incontrarmi di persona con gli amici o la fidanzata, conducendo una vita molto tranquilla. Sul resto... siamo molto esposti. Ho ricevuto insulti a bizzeffe, alcuni li ho ancora.

Addirittura a bizzeffe?
Sì. Dopo ogni sconfitta, ricevo 5-6 messaggi di questo tipo. Sono soprattutto stranieri, nelle lingue più disparate. Una volta mi sono innervosito perché avevo pubblicato una foto con la mia ragazza e arrivò un'offesa nei suoi confronti. È già grave prendersela con me, ma offendere una persona che non c'entra niente è inammissibile. Ammetto di essermi arrabbiato. A volte c'è la tentazione di rispondere, magari perdi una partita 7-6 7-6 e ti dicono “Bravo, te la sei giocata!”. Inoltre queste cose succedono sempre dopo una sconfitta... rendendo ancora più complicato un momento già difficile. La cosa migliore è non abbassarsi al loro livello. Una volta mi è capitato di rispondere a un ragazzo che mi aveva offeso pesantemente: gli dissi che non si rendeva conto di quello che aveva scritto. Mi rispose il giorno dopo, scusandosi e dicendo che aveva scritto solo perché “avvelenato”. Gli dissi che doveva riflettere sul fatto che aveva offeso un essere umano e non un computer. Ho notato che molti sono giovanissimi, quindi meno capaci di controllarsi. Per loro il tennis è un gioco, una scommessa, mentre per noi è lavoro, sacrificio, investimenti. È una cosa molto triste, soprattutto per chi, come me, non gioca per soldi. Io gioco per crescere, per essere sempre migliore, per portare avanti un progetto, per mio fratello, per la mia famiglia... è difficile far capire queste cose.

Negli ultimi mesi hai vissuto un boom di esposizione mediatica. Che rapporto hai con la stampa? Ti sei fatto un'idea sul mondo del giornalismo e su come bisogna muoversi?
È il vostro lavoro e capisco bene. Non ho mai avuto problemi, ma ritengo di aver individuato un paio di categorie di giornalisti. Faccio un esempio: sono un grande appassionato di NBA e mi capita di assistere a conferenze stampa molto numerose. Non ci è voluto molto per capire chi fa il suo lavoro con correttezza e chi invece prova a mettere zizzania, a innervosire, a sottolineare l'unico aspetto negativo quando ce ne sono mille positivi. Non penso che sia un giornalismo salutare per uno sportivo. Personalmente mi piace molto il giornalismo sportivo, amo l'idea di mostrare una parte di me. Mi piace meno quando si crea un'atmosfera in cui l'intervistato deve ragionare e riflettere su quello che deve dire. Ogni tanto mi è capitato che certe cose dette fossero un po' travisate... non conosco bene le dinamiche, forse c'è la necessità di vendere qualche copia in più, o la corsa al click. Quando ero piccolo mi intervistarono perché Novak Djokovic presenziò a un torneino del Nike Junior Tour. Io non c'ero, ma qualche tempo dopo mi chiesero a chi assomigliavo. Dissi che qualcuno mi aveva paragonato a Cilic: bene, uscì la notizia che Djokovic aveva detto che assomigliavo a Cilic. Ci rimasi male. A parte questo, apprezzo molto quando il giornalismo prova a capire chi ha davanti e vuole arricchire il lettore. Sul serio.